Nei contratti di secondo livello aziendali e territoriali, la mobilità dei dipendenti viene presa in considerazione da un numero crescente di aziende, come indicatore utile per la definizione dei premi di risultato

I comportamenti virtuosi negli spostamenti, spinti dalla necessità di migliorare la circolazione e l’ambiente, con conseguente impatto sulla salute e sulla qualità della vita dei lavoratori, vengono promossi con l’offerta di convertire il premio in acquisto di beni e servizi.

Si tratta della cosiddetta “welfarizzazione” dei premi di risultato, dove l’ammontare viene depositato nel conto welfare e la mobilità sostenibile è tra le voci prese maggiormente in considerazione.

Secondo il Ministero del Lavoro il 65% dei contratti di secondo livello prevedono che il premio possa essere convertito nel welfare.

È utile ricordare che a differenza del premio di risultato in busta paga, anche se quest’anno agevolato con un’imposta sostitutiva pari a solo 1% fino a € 5.000 lordi, la conversione in fringe benefit gode di una completa detassazione e decontribuzione entro un ammontare complessivo di € 3.000 mentre per l’azienda è prevista la piena deducibilità del costo e senza oneri contributivi.

La stessa Agenzia delle Entrate ha chiarito con apposita delibera che i servizi di sharing e il trasporto pubblico fruiti dai dipendenti nel tragitto casa lavoro rientrano nei piani di welfare aziendale e di conseguenza godono dei benefici fiscali in quanto di finalità ambientale e sociale.

Proprio nell’accezione sociale trova una sua logica l’inserimento della mobilità nel basket di beni e servizi disponibili per i dipendenti premiati.

Muoversi verso una destinazione, breve o lunga che sia, rappresenta da sempre un bisogno primario.

Oggi, subentra la necessità di studiare le modalità in cui ci si sposta, nel momento in cui la libertà di circolazione trova un limite nei vincoli ambientali, nei costi prodotti, nell’ampiezza dell’offerta di mezzi alternativi, nell’efficienza del trasporto pubblico, nella presenza di adeguate infrastrutture.

In questo contesto, le aziende iniziano a porsi il problema di mettere tutti, ma proprio tutti i propri dipendenti nella condizione di muoversi, favorendo l’utilizzo di mezzi efficienti, a basso impatto ambientale e migliorando la qualità degli spostamenti.

Da qui nasce il successo dei fattori di mobilità come strumento di welfare e quanto importante diventa il contributo di analisi e di proposta di soluzioni da parte del mobility manager che, come più volte da noi suggerito, dovrebbe inserirsi nell’ambito di un apposito dipartimento della mobilità, in coordinamento con i reparti HR e Procurement e in contatto con le figure territoriali di mobility management.

Come avremo modo di spiegare nelle nostre prossime lezioni, con il contributo dei Professori di corporate finance dell’Università Milano Bicocca, le iniziative aziendali volte a favorire la mobilità sociale e sostenibile, non si limitano alla conversione dei premi in welfare ma, se misurate, rappresentano indicatori utili ad ottenere un rating migliore all’interno dei parametri ESG che indirizzano il bilancio di sostenibilità.

Sulla necessità di misurare i miglioramenti ottenuti in termini di benessere dei dipendenti, riduzione delle emissioni nocive, attribuzione dei premi in welfare, minori consumi, avremo modo di tornarci ma è chiaro fin da ora che l’apporto di piattaforme digitali con applicazione dedicate, tali da tracciare le modalità di spostamento e rendere facilmente fruibili i servizi di mobilità, rappresenta un fattore imprescindibile.

Insomma, siamo convinti che la mobilità come fattore di welfare aziendale, non può che continuare a crescere nelle adesioni, unendo tutta una serie di valori: soddisfazione dei dipendenti, convenienza economica, immagine della reputazione, impronta ecologica, rating aziendale.

Una convinzione che ci ha spinto a triplicare le ore di lezioni dedicate dal nostro percorso Master.